Innovazione e … umanità

Innovazione e … umanità

Negli ultimi anni il concetto di innovazione ha assunto via via significati differenti, adattandosi ai contesti economici, politici, sociali fino a diventare l’unico, vero, indispensabile fattore critico di successo del progresso. Cioè qualsiasi “cosa” deve essere innovativa per funzionare. E’ vero ma dipende da ciò che si intende per innovazione. Difficilissima da definire, proprio perché legata al divenire e al cambiamento, quindi ad una dinamicità intrinseca, l’innovazione la possiamo pensare come  la capacità di utilizzare le esperienze e conoscenze al fine di creare qualcosa di nuovo. Che prima non c’era. Certamente oggi c’è la tendenza ad ab-usare del termine innovazione così come, ad esempio, si confonde la parola marketing con la comunicazione.Ma una cosa è certa l’innovazione non s’impara sui libri. I libri danno solo spunti, dei metodi che non è detto siano applicabili, ad esempio a tutte le realtà. L’innovazione non si può ridurre all’impiego di nuove tecnologie (misunderstanding molto comune).E’, quindi, senza ombra di dubbio, un argomento immenso mai, fino ad ora, affrontato in maniera esaustiva, e forse proprio impossibile farlo. Certo è molto azzardato fare questa affermazione, ma realistico e dimostrabile. E’ difficile trovare testi perché chi scrive sull’innovazione ne coglie sempre un determinato aspetto o pochi aspetti. E’ difficile fare una riflessione “culturale” su di essa che nasca cioè da un confronto di esperienze, da un dialogo da una relazione narrativa, perché il confronto tra persone oggi è sempre più difficile, soprattutto relativamente ad argomenti come questo, a causa dell’individualismo sfrenato, dell’utilitarismo e anche relativismo. E la gente non capisce che più si è capaci di narrarsi esperienze più ci si arricchisce. Negli Stati uniti, ad esempio, è frequente trovare nelle università dove si fa ricerca, ma anche in altri ambiti, i più disparati, team di persone con differente formazione ed esperienze professionali che lavorano su nuove idee, su nuovi progetti. Questo sta a significare, ad esempio, che in qualsiasi campo è l’esperienza concreta che vale di più di tutte le teorie del mondo e le contaminazioni tra esperienze generano creatività ed innovazione. In Italia, paese accademico per eccellenza, l’Università non ha saputo (e forse è andata peggiorando), formare all’innovazione in qualunque campo. Se ci vogliamo limitare al campo strettamente economico-aziendale constatiamo come nelle aziende solo da pochissimi anni si sta cominciando a valutare seriamente ciò che un candidato sa fare in concreto. Si valutano le esperienze fatte in tutti i campi piuttosto che il semplice titolo di studio o il voto di laurea.Parlando di innovazione aziendale, di marketing aziendale, e pensando ai managers che sono chiamati ad occuparsene, capita di trovarsi di fronte a persone iperspecilizzate, plurimasterizzate, con carriere professionali fulminanti, dei bravissimi “tecnici” di marketing, che sanno alla perfezione come analizzare dati, hanno le formule giuste ma che fanno molta fatica a sviluppare una capacità di visione perché se ne stanno chiusi in ufficio, magari in riunione, vedendo sempre le solite persone e i soliti luoghi per giorni e giorni. Ma se accanto ai tecnicismi, seppur, necessari non si sviluppa anche una capacità di visione e di interpretazione delle proprie esperienze o di quelle degli altri, se non si impara ad osservare il mondo che ci circonda non si sarà mai capaci di innovare. Questo, ovviamente vale in tutti i campi: economia, quello della cultura, dell’educazione, dei servizi.

Per un concetto personalistico di innovazione

Sembra che l’innovazione sia indissolubilmente legata alla persona. Cioè, alla fine, non è l’azienda, l’ente pubblico, l’autore, che innova ma le persone che innovano, e molto spesso non sono “le” persone ma “la persona” singola, una persona che intuisce e produce il nuovo perché la somma delle sue esperienze e conoscenze intese nel senso più ampio, l’ha portata a creare qualcosa di nuovo.Ma torniamo un attimo a chi è capace di innovare. Ogni giorno un tassello di vita vissuta si unisce alla “mia esperienza” che coinvolge anche la professione e il mio metodo che è solo mio perché nasce dalla mia esperienza, si arricchisce. L’esperienza è unica, è un’esperienza di vita. Tutto ciò che nella vita mi da spunti e che modifica un contesto precedente va assolutamente analizzato perché uno dei segreti dell’innovazione sta proprio lì.Dietro ad una piccola cosa, magari all’apparenza insignificante, si celano i cambiamenti. Alle volte anche quelli grandi. E la capacità dell’innovatore sta proprio nel cogliere le prime avvisaglie dei cambiamenti, analizzarle, approfondirle ed anticipare il cambiamento alle volte addirittura sollecitandolo, stimolarne lo sviluppo. Sta nell’innovatore la capacità di saper cogliere il “senso profondo dei cambiamenti” osservando attentamente “il cuore delle cose” riuscendo a guardare oltre sè stesso e oltre i contesti avendo una visione che ne anticipa altri.Se proviamo a studiare le grandi innovazioni di successo, ad esempio nel mondo del largo consumo anche vicino a noi, comprendiamo come un’operazione come quella del Mulino Bianco non fu solo coerente ad un bisogno del consumatore contestuale ma anticipò un trend, lo stimolò lo velocizzò. Parlo di questo perchè credo sia stato lungimirante continuare a mantenere l’idea di base che ora tornerà valida e moderna più che mai. Le energie alternative, il marketing sostenibile e responsabile, la biodiversità, il biologico, il cibo sano e genuino, la tipicità, la riduzione degli imballaggi di plastica…non sono forse un “ritorno alla natura”? Sarebbe interessante, e magari qualcuno lo ha già fatto, mettere in parallelo i cicli economici, gli aspetti sociologici ed antropologici e la capacità di innovazione delle imprese. Forse, dico forse, si noterebbe che nei periodi di crisi le imprese sono più creative, innovative reattive al mercato. La reazione alla discontinuità è un’azione creativa ed innovativa per forza.

 

Ma allora, cosa è l’innovazione? E chi è l’innovatore?L’innovatore sa cogliere in anticipo i cambiamenti, ha sensibilità per fare questo e poi sa trasformare ciò che coglie in qualcosa che prima non c’era. Questa è l’innovazione in tutti i campi. Ma attenzione perché dire “qualcosa che prima non c’era” non significa dire “qualcosa di assolutamente nuovo” ma può anche capitare che io oggi percepisco nuova una cosa che non la è semplicemente perché sono cambiata io o sono cambiati i contesti in cui mi muovo. Un aneddoto. Recentemente nel Corso di Cibus 2008 a Parma, ad una conferenza sulla piattaforma tecnologica Food for Life, patrocinata da Federalimentare e dall’INRAN, il direttore Luigi Rossi ha espresso molto bene questo concetto dicendo che anche l’azienda che rappresenta l’eccellenza italiana e che ha un solo prodotto, può fare innovazione. Anche se è lo stesso prodotto da cent’anni. Si, con un solo prodotto si può fare innovazione magari semplicemente internazionalizzando, cambiando le confezione e puntare sulla tradizionalità dello stesso. Questa azienda, probabilmente, per cent’anni ha sempre saputo in ogni momento reagire positivamente ai cambiamenti anche anticipandoli ed è ancora lì, sulla cresta dell’onda e cresce ancora. Gli Amarelli di Calabria, le Alici Piccanti della Rizzoli Emanuelli (per ictare qualcuno di casa nostra) le pastiglie Leone, la pasta d’acciughe balena, eccetera….Con lo stesso prodotto sanno essere innovativi sanno quindi produrre valore, sanno adeguarsi creando valore.

 

Tutto ciò che rompe un ritmo, che è discontinuo, che stravolge un’abitudine e la migliora, ovviamente, se possibile, genera qualcosa di nuovo. La novità sta nel concetto di “adeguamento alla discontinuità”.  Cominciamo, quindi, ad identificare un percorso. L’innovazione è la reazione ad una incertezza, ad un momento di discontinuità.  Ma oggi ogni momento è discontinuo perchè la velocità del cambiamento è maggiore che negli anni 70. Nel mondo dell’hi-tech paradossalmente anche cose che si collocano su concetti diametralmente opposti possono costituire un’innovazione. E’ possibilissimo prevedere i trend di mercato per riuscire ad anticiparli. Ma i trend non si colgono solo dall’analizzare montagne di dati numerici di mercato. Si colgono parlando con la gente, andando nei supermercati, guardando la televisione, ascoltando il mondo, in un certo senso. Ecco, sì, ascoltando il mondo, non controllando continuamente il conto corrente o il fatturato.  I grandi marketers sempre chiusi in riunione a fare calcoli e leggere numeri fanno fatica ad anticipare i trend e creare cose nuove. Ecco perché molte grandi aziende fanno fatica ad innovare. Certo c’è la ricerca, metodologie avanzatissime di ricerca, ma non basta. Oggi la velocità del progresso sta provocando una frammentazione dei mercati e moltiplicando le nicchie.  Abbiamo detto che l’innovazione è di valore quando anticipa un trend non quando lo asseconda. Il coraggio di chi imprende sta dunque nell’anticipare non nell’aspettare che i tempi siano maturi.  Alla velocità a cui andiamo, tutti i vantaggi competitivi durano sempre di meno perché ci si copia in minor tempo. E questo è un primo punto importante. Proviamo a tornare alle parole scritte: ho parlato di soluzioni, di credere in un prodotto, nel coraggio, nell’anticipare una tendenza, nell’ascolto, nel fidarsi. Si può anche con la massima tranquillità parlare di insuccessi, di sbagli, di errori. E’ assolutamente vietato, sono un problema, creano ansia…certo quando c’è di mezzo il profitto inteso come salute aziendale è corretto che creino ansia perché chi imprende ha la responsabilità delle famiglie che dall’impresa traggono le risorse per vivere. Ma chiudere i problemi nel cassetto è sbagliato perché i problemi sono la fonte primaria dell’innovazione, la sua linfa vitale, non solo vanno analizzati ma tenuti sempre presenti perché prima o poi ci ricadi di nuovo. La maggiore capacità relativa all’innovazione e all’innovatore è quella di commettere un sacco di errori e trasformarli in opportunità. Sì, proprio come la 3M trasformò in opportunità una colla che incollava poco facendola diventare il PostIt. Questo vale a tutti i livelli. Cresce, progredisce, fa cose nuove chi prende le cose che fa, anche quelle sbagliate, e le trasforma in opportunità personali, professionali aziendali.   Questa in un linguaggio diverso si chiama umiltà. La capacità degli innovatori sta quindi nel trasformare qualcosa di sbagliato o non coerente in qualcosa che ha valore.Praticamente, quindi l’innovatore ha in se un’energia, un sentimento, una capacità di provocare una trasformazione, un rinnovamento sia materiale che spirituale. L’innovatore fa passare qualcosa attraverso di se e lo migliora, lo trasforma in qualcosa di diverso. A questo punto possiamo tentare una sintesi, sicuramente ancora approssimativa della persona capace di innovare riferendoci al mondo delle aziende ma forse facendo un passettino che va oltre.Certamente esistono i talenti, cioè i doni naturali abbondanti e meno che ognuno possiede e che si possono mettere o meno a frutto. Esistono dei caratteri più inclini di altri ma quali sono le caratteristiche dell’innovatore, o dell’innovatrice?Intanto deve credere profondamente in Qualcosa. Chi crede ha comunque in sé il germe della passione, perché ha degli obiettivi più alti, più importanti, nobili. Chi ha la passione la mette in tutto, non distingue a vita personale, quella famigliare, quella professionale, quella sociale, quella di fede. Di vita ce ne è una sola e la passione la permea tutta. Se io concepisco la vita in questo modo l’esperienza di vita mi serve per creare anche nella professione.[1] La passione genera anche altri atteggiamenti tipici: la curiosità soprattutto che è insita nella passione, forse. Non siamo nati ingeneri, contabili, tecnologi siamo nati persone e la sommatoria delle nostre esperienze (non il nostro curriculum studiorum) è la nostra cultura.  Mi piace quando vedo un avvocato che insegna ad architettura perché ha esperienze di tipo artistico, oppure un novizio religioso che desidera approfondire il marketing, oppure sempre un avvocato che diventa insegnante alla New York University di cinema e diventa pure l’intellettuale più in vista di New York.Stare vicino ed imparare dagli altri, ecco un altro concetto: saper stare vicino. Chi è umile non si crede automaticamente il più bravo in tutto, ascolta l’altro. Sempre. Ascoltare l’altro significa anche saperlo rispettare, saper trarre e assorbire dall’altro le sue esperienze che sommate alle mie diventano una ricchezza inestimabile fonte di stimoli innovativi. Per forza di cose. Per definizione. Ma se ascolto l’altro con questo atteggiamento di umiltà, se ascolto gli altri così divento ricchissimo di esperienze e così via. L’innovatore quindi è un persona che ascolta e sa quando mettersi in discussione. Se l’atteggiamento generale è quello dell’ascolto dell’altro per scoprirlo ed arricchirsi nell’alterità ecco che lo stupore e la meraviglia saranno all’ordine del giorno. Chi si stupisce si arricchisce non da nulla per scontato, non si “abitua” a qualcosa perché tutto è nuovo, tutto serve. L’innovatore non si limita a fantasticare, risolve problemi. E prendere dalla realtà, mescolare, impastare con essa è innovare. L’innovatore essendo tutte queste cose accetta che non c’è nulla al mondo che è definito, accetta l’incertezza, sa benissimo che nulla è scontato nulla è compiuto, che nulla è certo perché ha colto il “cuore profondo” delle cose e chi è così, forse, anche inconsciamente è un essere spirituale.