Innovazione e … umanità

Innovazione e … umanità

Negli ultimi anni il concetto di innovazione ha assunto via via significati differenti, adattandosi ai contesti economici, politici, sociali fino a diventare l’unico, vero, indispensabile fattore critico di successo del progresso. Cioè qualsiasi “cosa” deve essere innovativa per funzionare. E’ vero ma dipende da ciò che si intende per innovazione. Difficilissima da definire, proprio perché legata al divenire e al cambiamento, quindi ad una dinamicità intrinseca, l’innovazione la possiamo pensare come  la capacità di utilizzare le esperienze e conoscenze al fine di creare qualcosa di nuovo. Che prima non c’era. Certamente oggi c’è la tendenza ad ab-usare del termine innovazione così come, ad esempio, si confonde la parola marketing con la comunicazione.Ma una cosa è certa l’innovazione non s’impara sui libri. I libri danno solo spunti, dei metodi che non è detto siano applicabili, ad esempio a tutte le realtà. L’innovazione non si può ridurre all’impiego di nuove tecnologie (misunderstanding molto comune).E’, quindi, senza ombra di dubbio, un argomento immenso mai, fino ad ora, affrontato in maniera esaustiva, e forse proprio impossibile farlo. Certo è molto azzardato fare questa affermazione, ma realistico e dimostrabile. E’ difficile trovare testi perché chi scrive sull’innovazione ne coglie sempre un determinato aspetto o pochi aspetti. E’ difficile fare una riflessione “culturale” su di essa che nasca cioè da un confronto di esperienze, da un dialogo da una relazione narrativa, perché il confronto tra persone oggi è sempre più difficile, soprattutto relativamente ad argomenti come questo, a causa dell’individualismo sfrenato, dell’utilitarismo e anche relativismo. E la gente non capisce che più si è capaci di narrarsi esperienze più ci si arricchisce. Negli Stati uniti, ad esempio, è frequente trovare nelle università dove si fa ricerca, ma anche in altri ambiti, i più disparati, team di persone con differente formazione ed esperienze professionali che lavorano su nuove idee, su nuovi progetti. Questo sta a significare, ad esempio, che in qualsiasi campo è l’esperienza concreta che vale di più di tutte le teorie del mondo e le contaminazioni tra esperienze generano creatività ed innovazione. In Italia, paese accademico per eccellenza, l’Università non ha saputo (e forse è andata peggiorando), formare all’innovazione in qualunque campo. Se ci vogliamo limitare al campo strettamente economico-aziendale constatiamo come nelle aziende solo da pochissimi anni si sta cominciando a valutare seriamente ciò che un candidato sa fare in concreto. Si valutano le esperienze fatte in tutti i campi piuttosto che il semplice titolo di studio o il voto di laurea.Parlando di innovazione aziendale, di marketing aziendale, e pensando ai managers che sono chiamati ad occuparsene, capita di trovarsi di fronte a persone iperspecilizzate, plurimasterizzate, con carriere professionali fulminanti, dei bravissimi “tecnici” di marketing, che sanno alla perfezione come analizzare dati, hanno le formule giuste ma che fanno molta fatica a sviluppare una capacità di visione perché se ne stanno chiusi in ufficio, magari in riunione, vedendo sempre le solite persone e i soliti luoghi per giorni e giorni. Ma se accanto ai tecnicismi, seppur, necessari non si sviluppa anche una capacità di visione e di interpretazione delle proprie esperienze o di quelle degli altri, se non si impara ad osservare il mondo che ci circonda non si sarà mai capaci di innovare. Questo, ovviamente vale in tutti i campi: economia, quello della cultura, dell’educazione, dei servizi.

Per un concetto personalistico di innovazione

Sembra che l’innovazione sia indissolubilmente legata alla persona. Cioè, alla fine, non è l’azienda, l’ente pubblico, l’autore, che innova ma le persone che innovano, e molto spesso non sono “le” persone ma “la persona” singola, una persona che intuisce e produce il nuovo perché la somma delle sue esperienze e conoscenze intese nel senso più ampio, l’ha portata a creare qualcosa di nuovo.Ma torniamo un attimo a chi è capace di innovare. Ogni giorno un tassello di vita vissuta si unisce alla “mia esperienza” che coinvolge anche la professione e il mio metodo che è solo mio perché nasce dalla mia esperienza, si arricchisce. L’esperienza è unica, è un’esperienza di vita. Tutto ciò che nella vita mi da spunti e che modifica un contesto precedente va assolutamente analizzato perché uno dei segreti dell’innovazione sta proprio lì.Dietro ad una piccola cosa, magari all’apparenza insignificante, si celano i cambiamenti. Alle volte anche quelli grandi. E la capacità dell’innovatore sta proprio nel cogliere le prime avvisaglie dei cambiamenti, analizzarle, approfondirle ed anticipare il cambiamento alle volte addirittura sollecitandolo, stimolarne lo sviluppo. Sta nell’innovatore la capacità di saper cogliere il “senso profondo dei cambiamenti” osservando attentamente “il cuore delle cose” riuscendo a guardare oltre sè stesso e oltre i contesti avendo una visione che ne anticipa altri.Se proviamo a studiare le grandi innovazioni di successo, ad esempio nel mondo del largo consumo anche vicino a noi, comprendiamo come un’operazione come quella del Mulino Bianco non fu solo coerente ad un bisogno del consumatore contestuale ma anticipò un trend, lo stimolò lo velocizzò. Parlo di questo perchè credo sia stato lungimirante continuare a mantenere l’idea di base che ora tornerà valida e moderna più che mai. Le energie alternative, il marketing sostenibile e responsabile, la biodiversità, il biologico, il cibo sano e genuino, la tipicità, la riduzione degli imballaggi di plastica…non sono forse un “ritorno alla natura”? Sarebbe interessante, e magari qualcuno lo ha già fatto, mettere in parallelo i cicli economici, gli aspetti sociologici ed antropologici e la capacità di innovazione delle imprese. Forse, dico forse, si noterebbe che nei periodi di crisi le imprese sono più creative, innovative reattive al mercato. La reazione alla discontinuità è un’azione creativa ed innovativa per forza.

 

Ma allora, cosa è l’innovazione? E chi è l’innovatore?L’innovatore sa cogliere in anticipo i cambiamenti, ha sensibilità per fare questo e poi sa trasformare ciò che coglie in qualcosa che prima non c’era. Questa è l’innovazione in tutti i campi. Ma attenzione perché dire “qualcosa che prima non c’era” non significa dire “qualcosa di assolutamente nuovo” ma può anche capitare che io oggi percepisco nuova una cosa che non la è semplicemente perché sono cambiata io o sono cambiati i contesti in cui mi muovo. Un aneddoto. Recentemente nel Corso di Cibus 2008 a Parma, ad una conferenza sulla piattaforma tecnologica Food for Life, patrocinata da Federalimentare e dall’INRAN, il direttore Luigi Rossi ha espresso molto bene questo concetto dicendo che anche l’azienda che rappresenta l’eccellenza italiana e che ha un solo prodotto, può fare innovazione. Anche se è lo stesso prodotto da cent’anni. Si, con un solo prodotto si può fare innovazione magari semplicemente internazionalizzando, cambiando le confezione e puntare sulla tradizionalità dello stesso. Questa azienda, probabilmente, per cent’anni ha sempre saputo in ogni momento reagire positivamente ai cambiamenti anche anticipandoli ed è ancora lì, sulla cresta dell’onda e cresce ancora. Gli Amarelli di Calabria, le Alici Piccanti della Rizzoli Emanuelli (per ictare qualcuno di casa nostra) le pastiglie Leone, la pasta d’acciughe balena, eccetera….Con lo stesso prodotto sanno essere innovativi sanno quindi produrre valore, sanno adeguarsi creando valore.

 

Tutto ciò che rompe un ritmo, che è discontinuo, che stravolge un’abitudine e la migliora, ovviamente, se possibile, genera qualcosa di nuovo. La novità sta nel concetto di “adeguamento alla discontinuità”.  Cominciamo, quindi, ad identificare un percorso. L’innovazione è la reazione ad una incertezza, ad un momento di discontinuità.  Ma oggi ogni momento è discontinuo perchè la velocità del cambiamento è maggiore che negli anni 70. Nel mondo dell’hi-tech paradossalmente anche cose che si collocano su concetti diametralmente opposti possono costituire un’innovazione. E’ possibilissimo prevedere i trend di mercato per riuscire ad anticiparli. Ma i trend non si colgono solo dall’analizzare montagne di dati numerici di mercato. Si colgono parlando con la gente, andando nei supermercati, guardando la televisione, ascoltando il mondo, in un certo senso. Ecco, sì, ascoltando il mondo, non controllando continuamente il conto corrente o il fatturato.  I grandi marketers sempre chiusi in riunione a fare calcoli e leggere numeri fanno fatica ad anticipare i trend e creare cose nuove. Ecco perché molte grandi aziende fanno fatica ad innovare. Certo c’è la ricerca, metodologie avanzatissime di ricerca, ma non basta. Oggi la velocità del progresso sta provocando una frammentazione dei mercati e moltiplicando le nicchie.  Abbiamo detto che l’innovazione è di valore quando anticipa un trend non quando lo asseconda. Il coraggio di chi imprende sta dunque nell’anticipare non nell’aspettare che i tempi siano maturi.  Alla velocità a cui andiamo, tutti i vantaggi competitivi durano sempre di meno perché ci si copia in minor tempo. E questo è un primo punto importante. Proviamo a tornare alle parole scritte: ho parlato di soluzioni, di credere in un prodotto, nel coraggio, nell’anticipare una tendenza, nell’ascolto, nel fidarsi. Si può anche con la massima tranquillità parlare di insuccessi, di sbagli, di errori. E’ assolutamente vietato, sono un problema, creano ansia…certo quando c’è di mezzo il profitto inteso come salute aziendale è corretto che creino ansia perché chi imprende ha la responsabilità delle famiglie che dall’impresa traggono le risorse per vivere. Ma chiudere i problemi nel cassetto è sbagliato perché i problemi sono la fonte primaria dell’innovazione, la sua linfa vitale, non solo vanno analizzati ma tenuti sempre presenti perché prima o poi ci ricadi di nuovo. La maggiore capacità relativa all’innovazione e all’innovatore è quella di commettere un sacco di errori e trasformarli in opportunità. Sì, proprio come la 3M trasformò in opportunità una colla che incollava poco facendola diventare il PostIt. Questo vale a tutti i livelli. Cresce, progredisce, fa cose nuove chi prende le cose che fa, anche quelle sbagliate, e le trasforma in opportunità personali, professionali aziendali.   Questa in un linguaggio diverso si chiama umiltà. La capacità degli innovatori sta quindi nel trasformare qualcosa di sbagliato o non coerente in qualcosa che ha valore.Praticamente, quindi l’innovatore ha in se un’energia, un sentimento, una capacità di provocare una trasformazione, un rinnovamento sia materiale che spirituale. L’innovatore fa passare qualcosa attraverso di se e lo migliora, lo trasforma in qualcosa di diverso. A questo punto possiamo tentare una sintesi, sicuramente ancora approssimativa della persona capace di innovare riferendoci al mondo delle aziende ma forse facendo un passettino che va oltre.Certamente esistono i talenti, cioè i doni naturali abbondanti e meno che ognuno possiede e che si possono mettere o meno a frutto. Esistono dei caratteri più inclini di altri ma quali sono le caratteristiche dell’innovatore, o dell’innovatrice?Intanto deve credere profondamente in Qualcosa. Chi crede ha comunque in sé il germe della passione, perché ha degli obiettivi più alti, più importanti, nobili. Chi ha la passione la mette in tutto, non distingue a vita personale, quella famigliare, quella professionale, quella sociale, quella di fede. Di vita ce ne è una sola e la passione la permea tutta. Se io concepisco la vita in questo modo l’esperienza di vita mi serve per creare anche nella professione.[1] La passione genera anche altri atteggiamenti tipici: la curiosità soprattutto che è insita nella passione, forse. Non siamo nati ingeneri, contabili, tecnologi siamo nati persone e la sommatoria delle nostre esperienze (non il nostro curriculum studiorum) è la nostra cultura.  Mi piace quando vedo un avvocato che insegna ad architettura perché ha esperienze di tipo artistico, oppure un novizio religioso che desidera approfondire il marketing, oppure sempre un avvocato che diventa insegnante alla New York University di cinema e diventa pure l’intellettuale più in vista di New York.Stare vicino ed imparare dagli altri, ecco un altro concetto: saper stare vicino. Chi è umile non si crede automaticamente il più bravo in tutto, ascolta l’altro. Sempre. Ascoltare l’altro significa anche saperlo rispettare, saper trarre e assorbire dall’altro le sue esperienze che sommate alle mie diventano una ricchezza inestimabile fonte di stimoli innovativi. Per forza di cose. Per definizione. Ma se ascolto l’altro con questo atteggiamento di umiltà, se ascolto gli altri così divento ricchissimo di esperienze e così via. L’innovatore quindi è un persona che ascolta e sa quando mettersi in discussione. Se l’atteggiamento generale è quello dell’ascolto dell’altro per scoprirlo ed arricchirsi nell’alterità ecco che lo stupore e la meraviglia saranno all’ordine del giorno. Chi si stupisce si arricchisce non da nulla per scontato, non si “abitua” a qualcosa perché tutto è nuovo, tutto serve. L’innovatore non si limita a fantasticare, risolve problemi. E prendere dalla realtà, mescolare, impastare con essa è innovare. L’innovatore essendo tutte queste cose accetta che non c’è nulla al mondo che è definito, accetta l’incertezza, sa benissimo che nulla è scontato nulla è compiuto, che nulla è certo perché ha colto il “cuore profondo” delle cose e chi è così, forse, anche inconsciamente è un essere spirituale.

 

 

 

 

Nuova generazione di detergenti ecologici.

Solsan Zero Voc, una nuova generazione di detergenti buoni per la salute, rispettosi per l’ambiente e a base naturale: la vera soluzione per l’inquinamento Indoor.

 Quando si parla di inquinamento ambientale spesso non si presta attenzione al cosiddetto inquinamento degli ambienti chiusi, cioè alla qualità di quegli ambienti di vita, come uffici, case, scuole tecnicamente appunto definiti come “confinati o indoor”.

In questi luoghi si possono creare situazioni d’inquinamento di diversa natura e diversa origine, che a volte risultano dannose per chi vi trascorre la maggior parte del suo tempo, circa il 90%, come è stato calcolato dagli esperti. Nei luoghi chiusi, quindi si è esposti ad inquinanti di tipo biologico, chimico e fisico con i quali si entra in contatto attraverso l’aria che si respira. Studi scientifici dimostrano che la concentrazione di alcuni inquinanti nei luoghi chiusi è addirittura superiore a quella nei luoghi aperti e che certe sostanze anche a basse concentrazioni possono essere dannosissime per la salute di soggetti cosiddetti deboli come bambini, anziani, persone con difficoltà e patologie di tipo respiratorio.

Le norme sulla prevenzione riguardano i cosiddetti luoghi pubblici come scuole uffici asili idem a livello comunitario ma nessuna prevenzione viene fatta a livello di case private. Tra tutte le sostanze chimiche presenti all’interno di un’abitazione quelle più potenzialmente dannose per la salute sono ovviamente, i detergenti soprattutto quelli con un’alta percentuale di sostanze volatili tra cui solventi, ammoniaca, eccessive profumazioni ed essenze che, nella mente del consumatore generano la sensazione di avere pulito. Uno studio dell’Iaiaq finanziato dalla UE ha valutato che il 3% di tutte le malattie sono proprio causate dall’inquinamento Indoor. Per esempio bruciare incensi in casa, tenere profumatori accesi ed accendere candele profumate ha un effetto sulla salute analogo a quello del fumo della sigaretta.

La Solbat, facente parte del Gruppo Solmar, gruppo leader in Italia e nel Mediterraneo nella chimica inorganica di base, da tempo concentra la sua attenzione sul massimo rispetto per l’ambiente in ogni settore in cui opera come gruppo industriale. Di recente, poi, ha scelto come mission quella di diventare un punto di riferimento, quasi pionieristico, per nuove generazioni di prodotti chimici (detergenti e in parte anche cosmetici) aventi contemporaneamente tre tipologie di sostenibilità/etica di prodotto e cioè:

  • ambientale: cioè prodotti che non inquinano l’ambiente ne esterno ne interno a basso impatto ambientale
  • per la salute umana: non dannose per la salute senza sostanze volatili nocive responsabili in toto dell’inquinamento indoor
  • di origine naturale: provenienti da fonti naturali rinnovabili

E’ nato così il marchio Solsan (Sol, desinenza che richiama il gruppo e San dalla parola sano) che si propone di diffondere questa nuova generazione di prodotti chimici per ambiente e per la persona, studiati con i maggiori esperti in materia di chimica ambientale ed in Collaborazione con l’Istituto di Medicina del Lavoro e di Dermatologia dell’Ospedale Sant’Orsola Malpighi di Bologna.

La linea di detergenti Solsan Zero Voc (un lavapiatti, un lava pavimenti, uno sgrassatore multiuso per superfici, un anticalcare e uno spray per i vetri) è stata il frutto di una lunga e laboriosa ricerca che ha voluto prendere come riferimento per i test clinici un gruppo di persone affette addirittura dalla grave malattia denominata Sensibilità Chimica Multipla, allo scopo di rendere il tutto davvero innocuo a tutti sia ai soggetti più fragili e quindi potenzialmente esposti, sia ai soggetti sani a livello preventivo. L’efficacia pulente dei prodotti comparata ad altri ed effettuata sui consumatori potenziali, invece è stata testata con Neotron di Modena, uno dei primi istituti a livello nazionale per queste tipologie di test sui prodotti nel mass market.

I prodotti Solsan sono denominati Zero Voc (Volatile Organic Content) che da direttive comunitarie sono già stati limitati (Direttiva 1999/13/CE) o addirittura sfavoriti in paesi come la Svizzera con apposite tasse .(RS 814.018 art.7). Le certificazioni Ecolabel ed altre similari infatti non certificano che i prodotti sono innocui per la pelle e le vie respiratorie mentre la linea Solsan rispetta l’assoluta Eco-Dermocompatibilità contenendo molecole di nuova generazione che riducono al minimo la possibilità di insorgenza di reazioni allergiche dermatologiche o respiratorie in caso di contatto o inalazione. I prodotti Solsan, inoltre sono dotati di un trigger che eroga gocce più grandi rispetto a quelle di ultima generazione perché la goccia grande genera meno aerosol.

 

Ieri, oggi e Majani.

 

Una lunga avventura profumata.

Quando si arriva in Majani si è immediatamente assaliti da un profumo riconoscibile ma non perfettamente definibile. Quello più evidente è l’odore della tostatura del seme di cacao, poi però anche un vago sentore di nocciola, quello delle mandorle, dei pistacchi, del latte, …tutti gli aromi più semplici naturali e meravigliosi fusi tutti insieme.

Forte e persistente in estate, più attutito in inverno il profumo “Majani” è sempre presente, in qualsiasi momento dell’anno dietro quella porta l’aria sa di buono, di dolce, di amaro… di antico.

Il mobile da antica bottega e i macchinari ultracentenari, celebrati dagli avi nei loro ricordi scritti, accolgono il visitatore come testimoni silenziosi e inanimati tenuti in vita da una tradizione produttiva unica e preziosissima.

La prima volta che si arriva in Majani c’è un’ impazienza infantile del privilegio di potersi anche solo avvicinare al cuore pulsante della fabbrica di cioccolata più antica d’Italia; si superano gli spazi dove i dipendenti hanno le loro scrivanie e ci si trova davanti un altro grande mobile contenente qualche vecchia confezione del cremino gelosamente custodita, e altri oggetti appartenenti alla lunga storia.

Ma solo dopo qualche metro il profumo, che era quasi sparito, torna potente a solleticare le narici…arrivati ad un corridoio dove si affacciano gli uffici della direzione si vede una porta sul fondo di ferro e vetro…dietro quella porta nasce il cioccolato.

Marketing Ignorance.
La sindrome del tennico da bar.


Il tecnico da bar, più comunemente chiamato “tennico” o anche”professore”, è l’asse portante di ogni discussione da bar. Ne è l’anima, il sangue, l’ossigeno.
Stefano Benni – Bar Sport

Il verbo ignorare non è per niente negativo. Ma la sindrome del “tecnico da bar” sembra assai diffusa.
Tutti siamo ignoranti in ciò che non abbiamo approfondito con gli studi o con l’esperienza. Non possiamo sapere tutto di tutto, è normale. Ma non si sa perché tutti, proprio tutti, “sanno” cosa è il marketing ma, quando chi lo fa veramente intendendolo nel modo corretto dice “faccio marketing” è uno spasso.
“Sa, basta saper fare del bel marketing che tutti hanno successo” …
“Davvero?…e mi scusi ma lei sa cosa è il marketing?” dalla sicumera del tennico da bar al sorriso ebete, interdetto .. “Beh…si insomma saper vendere”…” E se le dicessi che io mi occupo proprio di marketing lei cosa mi direbbe?” …Ci si sente dire di tutto da chi sa fare pubblicità, a chi “disegna le insegne”, chi mette a posto la roba nei supermercati…eccetera…momenti di spensierato divertimento, tutto sommato, di consapevolezza di come ti vede la gente dal pifferaio magico, ad Albus Silente o la Fata Turchina, dal pazzo che inventa cose, a chi, dotato di un potere oscuro da manipolatore occulto, attrae le persone e vende loro cose inutili.
Si scherza…, ma neanche tanto perché finchè è l’uomo o la donna della strada a non saperlo poco importa ma la questione si fa molto più seria quando a non conoscere il mestiere del marketing manager sono titolari di aziende medio grandi e che operano nel largo consumo. Poi c’è chi con grande umiltà e classe, invece lo ammette e si affida a chi lo sa fare…ma non sono molti.
E’ incredibile come quasi ogni azienda abbia un suo personalissimo concetto della funzione marketing. Quando la funzione esiste è ricoperta dalle persone più disparate con la formazione più eterogenea: si trova gente che considera marketing fare un catalogo prodotti, fare una etichetta, fare pubblicità, impaginare annunci, organizzare un evento o una conferenza stampa…ma non è così.
Per non parlare dei consulenti di marketing, ma quelli “fighi” però, quelli che si vantano di aver fatto università prestigiose, quelli che arrivano con il macchinone, vestiti di tutto punto, che parlano difficile che affabulano con belle frasi, che vantano grandi successi e grandi aziende per cui hanno lavorato. Ma il consulente “deve” consigliare, stare vicino, aiutare, integrare laddove nell’azienda mancano competenze che invece lui o lei hanno. Il consulente non deve lavorare per fare la prima donna e avere, quindi, solo un successo personale, mettendo, spesso, in secondo piano il “bene dell’azienda” per cui lavora.
Poi ci sono le agenzie di pubblicità (o di packaging o di Social Media Marketing) che inseriscono il “marketing” nelle loro competenze…mai fidarsi di queste agenzie perché l’agenzia deve occuparsi solo di pubblicità, al limite del suo concetto più esteso, la comunicazione che comprende anche le attività di ufficio stampa e, soprattutto oggi, la gestione integrata del digital (cosa che sanno fare bene davvero in pochi).
Arriviamo infine all’ex marketing manager della grande azienda che è diventato consulente. Quelli bravi veramente si adattano perfettamente alle mutate condizioni, altri pensano di poter applicare le stesse regole del mercato dei biscotti agli assorbenti per signora. Il guaio è che se non diventano un po’ flessibili nel loro pensiero, ma soprattutto umili mettendosi nell’ordine di idee di “imparare per poi risolvere” (applicando le proprie competenze e attingendo dalle proprie esperienze) possono fare grandi danni.  Difficile questo mestiere.Proprio per questi infiniti misunderstanding è diventato difficile estirpare pregiudizi, falsi miti, idee sbagliate, è difficile far comprendere a fondo, ed in sintesi, cosa fa realmente un marketing manager o un consulente di marketing che lo fa per scelta e non per ripiego. Chi fa comunicazione non fa “marketing” ma chi fa marketing può anche fare comunicazione o, perlomeno, la sa gestire. Se, come dice Al Ries, “fare Marketing significa fare i cambiamenti necessari all’interno di un’azienda in modo da avere successo all’esterno”…il marketer, che sia interno od esterno, deve avere sia conoscenze tecniche (dovute a studi ed esperienze), sia capacità gestionali, che, soprattutto, una buona dose di buon senso ed empatia per comprendere le cose e risolverle nel modo più consono all’azienda per cui lavora con semplicità ed etica.

Cristina Allodi

Il target degli Juniors (bambini e ragazzini 0-14) è interessante per le aziende del largo consumo non solo perché ampio e multiculturale ma anche perché rappresenta quattro target in uno: I bambini oggi, I loro genitori (i numerosi Baby Boomers), I giovani e gli adulti di domani, Gli insegnanti e le istituzioni scolastiche. Questo target pone, tuttavia, problematiche di tipo “etico”, è un target delicatissimo per il quale occorrono non solo conoscenze teoriche e pratiche, creatività ed esperienza, ma anche solide basi Etiche.

Nel 1990 fu fatto uno studio che aveva lo scopo di capire quanto il bambino influiva sugli acquisti della mamma sia al supermercato che in altri punti vendita. In gergo si chiama “potere prescrittivo”, mutevole a seconda dell’età e della tipologia dei settori merceologici. Fin dai tempi del carosello aziende di ogni tipo utilizzavano caracter rivolti ai bambini per catturare l’attenzione delle madri: Calimero, la Linea, il Gigante Buono, Coccolino, Papalla, il Piccolo Mugnaio.

Ma e’ giusto “usare” la mente del bambino per far comprare un prodotto alla madre? E’ corretto attirare i bambini con personaggi affinchè comprino e consumino un prodotto?

Ora è indubbio che per le aziende il target bambini come detto sopra sia interessantissimo e sarebbe anche fuori luogo pensare di non caratterizzare per niente un prodotto.

Facendo un piccolo excursus storico emerge che un tempo, negli anni ’60 e ’70 i caracter per bambini erano studiati e realizzati da artisti famosi, illustratori, autori di tutto rispetto che non si limitavano al disegnino, ma studiavano un vero e proprio personaggio fornito di una personalità  specifica che traeva spunto dalla cultura dell’azienda (a volte) e che poteva tranquillamente “vivere” anche separatamente dal prodotto e piacere ugualmente, attirare l’attenzione diventando memorabile e poi essere utilizzato in altri ambiti. Erano caracter che fidelizzavano mamme e bambini e che ancora oggi ci ricordiamo e amiamo. Oggi non è più così. Si guarda solo al brevissimo termine senza preoccuparsi della qualità.

Soluzioni?

Come abbiamo detto non hanno senso drastici comportamenti nel nome di un’etica che ognuno interpreta come vuole. L’etica in questo caso è la capacità di scegliere il “modo giusto” di approcciare l’universo bambini e non deve nascere da “regole” ma dalle persone.

La soluzione? Serietà a tutti i livelli a partire dall’imprenditore che deve avere sia l’obiettivo di vendere nel breve che il desiderio di trasmettere i “valori” della sua azienda e dei suoi prodotti ai suoi futuri clienti, per arrivare a chi materialmente si occupa Kid’s Marketing  oriented  che dovrebbe avere competenze certificate pedadogiche, tecniche e stilistiche e di ricerca non tanto certificate da titoli di studio (che in questo campo non esistono) ma da un’esperienza consolidata nel tempo. Forse, così, potremmo rivedere in futuro cose “belle” e tutti quei bellissimi personaggi d’autore che noi baby boomers non dimenticheremo mai.

Dott. Ssa Cristina Allodi

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